A cura di Cele Agos
Terra, fuoco e blu cobalto, il segreto immortale della ceramica del Sannio
Se la ceramica Sannita è arrivata fino a noi, fiera e intatta nella sua maestosa bellezza, lo si deve a una rivoluzione silenziosa cominciata negli anni Settanta. Fu in quel decennio di fermento e riscoperta che una nuova generazione di maestri artigiani decise di scendere nelle cantine, rispolverare i vecchi torni impolverati e riaccendere i forni. Fino ad allora, la gloriosa tradizione barocca nata dalle macerie del terremoto del 1688 era rimasta confinata nei libri di storia o gelosamente custodita nelle collezioni private. Negli anni Settanta, invece, si compie il miracolo con Andrea di Lorenzo e la moglie Antonietta Ciarlo. Guidati dall'estro decisero di trasformare il fango in poesia, e arte. È da allora che mani sporche d'argilla sanno creare un'eccellenza che oggi sfida il tempo.
Viaggio a Cerreto Sannita e San Lorenzello dove l’argilla si fa poesia nelle mani degli ultimi custodi di un’arte barocca nata dalle macerie.
C’è un momento preciso, nelle botteghe nascoste tra i vicoli di Cerreto Sannita in cui il tempo decide di fermarsi. Accade quando il pollice di un maestro artigiano affonda nell’argilla grigia, umida e informe, sul piatto del tornio che gira. In quel movimento circolare, ipnotico e silenzioso, non c'è solo la nascita di un oggetto, c’è il respiro profondo di una terra che ha fatto della fragilità la sua più grande fortezza.
La ceramica del Sannio non è semplicemente un mestiere. E’ un patto d’amore tra l’uomo e gli elementi, una resistenza romantica che dura da secoli e che oggi, fiera del suo riconoscimento ministeriale, brilla come un’eccellenza assoluta del Made in Italy.
La rinascita dipinta sul fango
Per capire il miracolo di questi luoghi bisogna riavvolgere il nastro della storia fino a una notte d’estate del 1688, quando un terremoto apocalittico rase al suolo l'antica Cerreto. Ma dove tutto era polvere, l'orgoglio sannita vide una tela bianca. Chiamati a ricostruire una città ideale, i maestri faenzari arrivati da Napoli insieme ai talenti locali mescolarono le macerie con l’estro del barocco.
Da quel pianto nacque un’estetica unica, teatrale e popolaresca al tempo stesso. Ieri come oggi, nelle botteghe storiche che costeggiano il fiume Titerno, si perpetua lo stesso identico rituale. Entrare in questi laboratori significa essere avvolti dall'odore dolciastro della terra bagnata e dal bianco gessoso degli smalti crudi, prima che il fuoco della fornace compia la sua magia. Tra i custodi di questa sapienza:
Ceramica Marina, fondata nel 1978 da Andrea Di Lorenzo e Antonietta Ciarlo;
La Vecchia Cerreto dei Fratelli Marcuccio;
Bottega Le Fornaci Ceramica Artistica;
Bottega Nicola Giustiniani di Elvio Sagnella, profondamente legata alla tradizione locale con un laboratorio anche nella vicina San Lorenzello.
I colori dell'anima sannita
Il taglio di colore di questa terra è un codice dell'anima. I ceramisti cerretesi e laurentini non dipingono, imprimono sentimenti su fondo bianco. C’è il giallo radioso, caldo come il sole che bacia i vigneti della vicina Guardia Sanframondi. C’è il verde ramina, vibrante come le foglie degli ulivi secolari che disegnano le colline; e sopra ogni cosa domina il blu cobalto, quel blu profondo e magnetico che sembra rubato al cielo delle notti d’appennino e intrappolato per sempre sotto la vetrina lucida della maiolica.
Sui piatti da pompa, sulle acquasantiere e sulle celebri brocche antropomorfe prendono vita uccellini dal petto gonfio, tralci di vite sinuosi e scene di una ruralità perduta. Ogni pezzo è un pezzo unico, irripetibile. Se si osserva da vicino la superficie di un vaso, si noterà quasi sempre una minuscola asimmetria, una sfumatura imperfetta nel tratto del pennello. È lì, in quella deviazione millimetrica, che risiede il fascino dell'artigianalità autentica, segno tangibile di una mano umana che ha tremato, gioito e sognato su quel pezzo di terra cotta.
Gli ultimi custodi del fuoco
«L'argilla ti ascolta», sussurrava un vecchio vasaio con le mani solcate da rughe che sembrano i calanchi del paesaggio circostante. «Se sei nervoso, l'argilla si spezza. Devi essere in armonia con lei». È questo l'aspetto più romantico di una tradizione che si tramanda di padre in figlio, e che oggi trova linfa vitale anche nelle aule dell'Istituto Carafa-Giustiniani e nelle sale del Museo Civico.
Mentre il mondo corre veloce verso l'omologazione digitale e la produzione in serie, Cerreto Sannita e San Lorenzello rimangono due oasi di lentezza e bellezza. Qui, tra il fruscio dei pennelli che accarezzano lo smalto polveroso e il calore ancestrale dei forni che cuociono a gran fuoco, i ceramisti del Sannio continuano a plasmare il loro futuro. Non producono semplici oggetti d'arredo, ma sono i custodi della sapienza. Perché finché ci sarà un tornio che gira e una mano capace di guidarlo, la bellezza di questa terra non potrà mai sbiadire.